Anniversario
dei 70 anni delle relazioni diplomatiche tra La
Repubblica di Cuba e la Santa Sede.
Intervista con Raúl Roa Kourí, Ambasciatore
di Cuba presso la Santa Sede.
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L’ambasciatore
di Cuba presso la Santa Sede, Raúl
Roa Kourí. |
D. – Prova qualche
imbarazzo a ricordare il suo amico Che Guevara
mentre, in qualità di ambasciatore, si
trova a svolgere il ruolo di ponte per il dialogo
tra Cuba e la Santa Sede?
R. – “Nessun imbarazzo. Io rappresento
il governo di Cuba che ha rapporti con la Santa
Sede da 70 anni. Sono stati rapporti ininterrotti
e non abbiamo mai pensato di interrompere i rapporti
diplomatici con il Vaticano. Speriamo anzi già
dal prossimo futuro di approfondire questi rapporti
rendendoli ancora più fluidi. Specialmente
nel periodo della rivoluzione vittoriosa del 1959,
i rapporti di Cuba con la Santa Sede sono sempre
stati corretti. Sebbene tra il 1959 e il 1961
ci sia stato un problema con la gerarchia della
chiesa cattolica a Cuba, fu proprio il rappresentante
della Santa Sede all'Avana, monsignor Cesare Zacchi,
poi nunzio, con il mio predecessore nell'ambasciata
presso la Santa Sede, Luis Amado Blanco, a costruire
ponti tra le due parti. Penso che il mio servizio
di diplomatico cubano presso la Santa Sede sia
in questa tradizione di dialogo, con l'obiettivo
di costruire ponti di mutua comprensione tra il
Vaticano e il governo cubano. E dunque il fatto
che, fin da giovanissimo, io sia stato un amico
di Che Guevara non costituisce un problema di
alcun genere, neppure per la mia attuale funzione
di ambasciatore presso la Santa Sede. Il Che non
era un dogmatico né un fanatico. Rivoluzionario
genuino preoccupato per la liberazione di ogni
uomo, non si credeva un profeta né si considerava
un santo. È vero che non era cattolico,
ma un intellettuale dalla mente ampia, un uomo
che capiva le cose del mondo, che si interessava
a tutto, che sapeva molto bene quale fosse il
ruolo della religione nelle società latinoamericane
e anche a Cuba”.
D. – Pensa che la comunanza di
ideali e di cultura con Che Guevara le sia di
utilità per la sua funzione di rappresentante
del suo paese presso la Santa Sede?
R. – “Penso che tutto ciò
che è positivo è sempre utile. Devo
dire che quando nel 1954 ho conosciuto in Messico
il Che, parlavamo soprattutto di letteratura,
di filosofia e di politica. Egli non conosceva
ancora Fidel e Raúl Castro. Aveva invece
un grande amico cubano, anch'egli membro del Movimento
26 Luglio, poi caduto durante la lotta nella Sierra
Maestra. È stato lui a presentarci e per
suo tramite ho fatto la conoscenza del Che. All'epoca
Guevara non era legato alla rivoluzione cubana
ma aveva, invece, un legame con la rivoluzione
latinoamericana che non esisteva in quel momento,
ma era qualcosa che lui voleva ardentemente. Tanto
come noi che in quell'epoca eravamo in esilio
in Messico. E c'era il nostro gruppo al quale
apparteneva certamente mio padre, Raúl
Roa Garcia, considerato un importante intellettuale
cubano e dell'America Latina, mentre io ero un
ragazzo di 17 anni. Era un gruppo di esiliati
latinoamericani: c'erano peruviani, il grande
scrittore venezuelano Romolo Galliego, il poeta
Roy Blanco. C'erano tanti argentini e molti altri
di varia provenienza accomunati dagli ideali rivoluzionari.
È in questo gruppo che noi abbiamo trattato
con il Che dal punto di vista intellettuale. Egli
era diventato un amico di mio padre che all'epoca
era professore all'università dell'Avana.
Era professore anche in Messico e dirigeva una
rivista chiamata ‘Humanismo’. Per
questo aveva scambi e si incontrava con altri
intellettuali dei diversi paesi dell'America latina.
La mia conoscenza del Che è nata in questo
contesto di fervida iniziativa intellettuale”.
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Concerto “Messa
Cubana”composto e diretto da Josè
Maria Vitier - Basilica Santa Maria in Trastevere
– Roma 9 dicembre 2005; |
D. – In che senso le è servita
l'esperienza di vita e di conoscenza della rivoluzione
per trovare punti di convergenza con la Santa
Sede?
R. – “Fin dalle origini, la rivoluzione
cubana è stata una rivoluzione nuova nel
mondo. Dalle sue origini si collocava nella tradizione
rivoluzionaria cubana precedente, iniziata nel
1868, con una tappa importante nel 1895. Iniziata
nel 1868 con Manuel De Cespedes, padre della patria
e bisnonno dell'attuale monsignor Carlos Manuel
De Cespedes. Cento anni dopo, nel 1968, Fidel
Castro dichiarava che questi primi rivoluzionari
‘oggi sarebbero come noi, e noi allora saremmo
stati come loro. C'è una continuità
e una novità in questa rivoluzione. Novità
nella continuità. Penso che noi siamo continuatori
del pensiero di Manuel De Cespedes ma anche di
José Martí che è il capo
della lotta cubana per l'indipendenza nel 1895.
Essi hanno dato un contenuto speciale alla rivoluzione
cubana, compenetrata dell'umanesimo di Martí
e degli ideali vicini alla rivoluzione francese
di Manuel De Cespedes. Penso che essi rappresentino
la base della nostra rivoluzione che poi, alla
luce dei tempi, è diventata anche una rivoluzione
socialista. Benchè non sia stato comunista,
ho sempre pensato che una rivoluzione nel secolo
XX non poteva essere che socialista. Non mi sono
trovato molto d'accordo con i regimi dell'Est
europeo perchè non ero e non sono staliniano.
L'obiettivo socialista della rivoluzione cubana,
a mio parere, era ineludibile. Come l'umanesimo
socialista e marxista. Perché l'uomo è
la radice di tutto per un vero socialista. L'uomo
è l'essenza della rivoluzione. Quello che
vogliamo fare è sviluppare l'uomo, e i
progressi in ogni campo che nel tempo si impongono
alla pubblica opinione devono riconoscere la centralità
dell'uomo. Tutto questo patrimonio di idee umaniste,
che per me costituisce la vera tradizione della
rivoluzione cubana, mi permette oggi di avere
un rapporto cordiale e una comprensione mutua
con i miei amici della segreteria di stato vaticana.
E posso capire certamente il loro pensiero anche
se non troviamo sempre un accordo su tutto. Cosa
del resto non possibile. Io sono un socialista
e la Chiesa non è socialista e non combatte
per il socialismo. Posso capire questa posizione
della Chiesa anche perchè la nostra tradizione
culturale, legata al pensiero di Cespedes e di
Martí, è la tradizione cristiana
e occidentale, che è anche la tradizione
del nostro popolo. Non esiste perciò dal
punto di vista culturale un ostacolo per capirsi”.
D. – Avete avuto la sensazione
che da parte vaticana ci siano state riserve nei
confronti della situazione e delle scelte di Cuba?
R. – “Forse ci sono stati momenti
in cui la posizione del governo cubano non è
stata ben capita dalla Santa Sede, ma penso che
la Santa Sede abbia sempre avuto comprensione
per la rivoluzione cubana e certamente ha cercato
di capirla. Devo dire che papa Giovanni XXIII
è stato una persona molto aperta. Personalmente
l'ho conosciuto nel 1961-62 quando sono stato
a Castel Gandolfo con l'ambasciatore Luis Amado
Blanco per una udienza. Nel corso di quell'incontro
Giovanni XXIII ci disse: ‘Coraggio Cuba’,
perché lui capiva che in quel momento ciò
che era importante era la riforma agraria a Cuba.
Lo capiva perfettamente essendo egli stesso di
origine contadina e non ebbe difficoltà
a darci un incoraggiamento. E anche con il papa
Paolo VI e con gli altri pontefici non c'è
mai stata una posizione contraria alla rivoluzione
cubana. La Chiesa non è del partito della
rivoluzione ma non ha avuto una critica preconcetta
al processo rivoluzionario a Cuba, sebbene lo
spazio per la Chiesa cattolica nell'isola sia
sempre stato un motivo di discussione tra noi
e la Santa Sede, fra il governo cubano e la gerarchia
cattolica in Cuba. Ma occorre riconoscere che
i rapporti tra Santa Sede e Cuba sono sempre stati
corretti, sebbene ci siano delle riserve mentali
sulla rivoluzione. Non abbiamo infatti la stessa
posizione e la stessa comprensione della storia”.
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D. – Come mai il rapporto tra il
governo cubano e la Santa Sede, che è lontana
dall'isola, è migliore di quanto non lo
sia il rapporto tra governo e Chiesa cubana?
R. – “La Santa Sede ha una visione
più ampia della storia rispetto alla Chiesa
cattolica in Cuba. Quando dico Chiesa cattolica
a Cuba intendo soprattutto gerarchia cattolica,
perché occorre distinguere. In generale
i sacerdoti sono vicini al popolo, invece alcuni
vescovi sono piuttosto vicini al popolo di Miami,
ai cubani emigrati. E questo è un peccato.
Perché credo che la Chiesa dovrebbe lavorare
con il popolo che vive a Cuba, che è un
popolo rivoluzionario che ha sempre dato un apporto
alla rivoluzione. Forse ci sono alcuni che non
sono d'accordo, ma si tratta di una minoranza
di cubani. Ci sono invece alcuni vescovi che pensano
con la mentalità dei cubani emigrati a
Miami, conservando la mentalità precedente
alla rivoluzione che storicamente ha sempre prodotto
una certa distanza tra la Chiesa e il popolo cubano.
All'epoca della lotta per l'indipendenza, la Chiesa
cattolica a Cuba era dominata dalla Spagna e dunque
era contro l'indipendenza. Poi quando Cuba è
diventata una repubblica sotto l'influsso neocoloniale
degli Stati Uniti, quella Chiesa ha continuato
ad essere al servizio dei poteri stranieri, legandosi
ai cubani a loro volta legati al potere americano.
Dopo la rivoluzione del 1959, con la quale Cuba
per la prima volta nella sua storia ha conquistato
la sua piena indipendenza, una parte della Chiesa,
soprattutto la gerarchia, non ha capito la rivoluzione.
Anche perché in quel tempo una parte di
preti spagnoli nell'isola erano franchisti e noi
li abbiamo mandati via perchè avevano cominciato
a cospirare attivamente contro la rivoluzione.
Debbo riconoscere che ci sono membri della gerarchia
e del clero che sono veri patrioti cubani. Forse
non sono socialisti, ma certamente sono patrioti
e capiscono quello che ha fatto la rivoluzione
dal punto di vista sociale, educativo e scientifico
maturato con la rivoluzione. Questi ecclesiastici
sono d'accordo e non sono contro un tale progresso.
Sono critici su altre questioni. Ci sono poi i
preti che in generale sono vicini al popolo e
nella vita pratica quotidiana non hanno un contrasto
con il potere sebbene non ne condividano l'ideologia”.
D. – Lei passa per amico anche
di Fidel Castro. Il Comandante in Capo le ha dato
qualche speciale raccomandazione prima che iniziasse
il suo lavoro di rappresentanza presso la Santa
Sede?
R. – “Sono amico del presidente Fidel
Castro, ma non lo sono a livello personale di
come lo sono stato con Che Guevara. Fidel è
il nostro dirigente e ho una grande ammirazione
per lui, lo conosco perfettamente, ma dire che
sono un amico è forse dire troppo. Ho quella
relazione che un ambasciatore ha con un capo di
stato. Fidel Castro ha sempre raccomandato di
sviluppare i rapporti con la Santa Sede sulla
base del mutuo rispetto e della cooperazione.
Egli mi incaricò, in particolare, di salutare
a suo nome con molta cordialità il Santo
Padre Giovanni Paolo II, perchè nutriva
una grande ammirazione per papa Karol Wojtyla”.
D. – Come mai avete deciso di ricordare
con una certa solennità i 70 anni di rapporti
tra Santa Sede e Cuba, una data importante ma
non consueta per particolari celebrazioni come
può accadere per i 100 anni?
R. – “Per noi 70 anni sono tanti.
Dal punto di vista storico forse sono pochi, ma
dal punto di vista dei rapporti tra due stati
sono già qualcosa di importante. Cento
anni sarebbero senza dubbio ancora più
importanti e significativi, ma ciò non
toglie importanza al ricordo dei 70 anni di buone
e costanti relazioni. Il nostro ministro degli
esteri Felipe Perez Roque per l'occasione ha inviato
una lettera a monsignor Giovanni Lajolo che ha
risposto cordialmente. Ma in qualità di
ambasciatore penso che sarebbe interessante e
importante che per questo settantesimo siano meglio
conosciuti alcuni aspetti della cultura e della
vita cubana solitamente trascurati. In generale
in Italia si conoscono di Cuba solo notizie cattive
o notizie presentate in forma negativa e non molto
obiettiva. Pensiamo che sia perciò importante
poter avere alla filmoteca vaticana una presentazione
di documentari cubani sulla vita e la realtà
del nostro paese. Si pensi a quello che fa il
nostro governo per aiutare altri paesi del Terzo
Mondo dal punto di vista medico. Fa cose analoghe
a ciò che fanno i missionari cattolici.
È stato Fidel Castro a dire che i nostri
medici sono come i missionari cattolici, perché
vanno nei posti più lontani e scomodi dei
vari paesi senza obiettivi di lucro personale,
ma solo con l'intento di poter rendere un servizio
alle persone nel bisogno. Su questo argomento
abbiamo un documentario bello e importante con
il titolo ‘Montagna di luce’ che credo
sia interessante proiettare alla filmoteca. Altrettanto
importante mi pare donare alla filmoteca vaticana
alcuni documentari sulla cultura cubana. È
in programma un concerto dell’orchestra
giovanile diretta dal maestro Claudio Abbado.
Mi sembra interessante uscire dagli schemi soliti
su Cuba e la sua musica. È conosciuta soprattutto
la musica cubana da ballo, ma restano in ombra
gli altri generi musicali nonostante l'alto livello
raggiunto. Vorrei preparare un piccolo volume
sulla storia dei rapporti tra Cuba e il Vaticano
in questi 70 anni trascorsi, come anche un articolo
sul sacerdote Felix Varela, che è stato
figura di spicco dell'indipendenza cubana e perciò
esiliato. Egli ha lasciato ai cubani una grande
lezione dicendo loro: ‘La prima cosa è
pensare’. Come indipendentista ha avuto
una grande influenza su José Martí
e Carlos De Cespedes. Ho pure chiesto allo scrittore
cattolico cubano Silvio Vitié di presentare
un intervento sulla spiritualità di José
Martí. Sarebbe anche opportuno un articolo
a ricordo dell'azione di monsignor Cesare Zacchi
a Cuba e dell’ambasciatore Amado Blanco
in Vaticano. E un ricordo sulla visita di Giovanni
Paolo II a Cuba. Con la collaborazione di autori
cattolici e non cattolici, credenti e non credenti.
Vorrei invitare, poi, lo storico della città
dell'Avana Eusebio Leal, abbastanza conosciuto
in Italia, a tenere una conferenza culturale.
E come conclusione delle celebrazioni la messa
cubana di Josè Maria Vitier, scritta per
la visita di Giovanni Paolo II a Cuba. È
una messa molto bella, tradizionale, ma che dal
punto di vista musicale segna una evoluzione della
musica religiosa. Questa messa sarà eseguita
nella prima decade di dicembre nella basilica
di Santa Maria in Trastevere. Non credo che siano
molti in Italia a conoscere che a Cuba vivono
compositori di musica religiosa che hanno scritto
partiture di valore artistico per le messe. La
messa che faremo ascoltare in Santa Maria in Trastevere
è la stessa che venne suonata con il papa
in Piazza della Rivoluzione a L'Avana. Cuba non
è chiusa a questo genere di musica. Al
contrario. José Maria Vitier è un
cattolico e uno dei più popolari compositori
e interpreti di Cuba oggi. È bene che si
sappia ed è importante rilevarlo per migliorare
i rapporti tra Cuba e la Chiesa cattolica”.
D. – Le celebrazioni per il settantestimo
saranno solo a Roma o anche a Cuba con la partecipazione
della Chiesa locale?
R. – “Penso che all'Avana ci saranno
iniziative del governo e della Chiesa cubana”.
Il sito web dell’agenzia
di Roma alla quale l’ambasciatore cubano
Raúl Roa Kourí ha rilasciato l’intervista:
ASCA
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