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QUANTO COSTA L’EMBARGO STATUNITENSE CONTRO CUBA

QUANTO COSTA L’EMBARGO STATUNITENSE CONTRO CUBA

24 Settembre 2014 Cubaqui 0

Centosedici miliardi di dollari persi, di cui quasi quattro solo nell’ultimo anno:

Cuba-no-esta-solaEccolo, il prezzo pagato da Cuba per effetto dell’embargo statunitense, reso noto in questi giorni dal vice ministro degli Esteri Abelardo Moreno, che ha ricordato come lo scorso sei settembre l’amministrazione Obama abbia rinnovato di un altro anno quel Proclama 3447 con cui John Fitzgerald Kennedy ampliò le restrizioni commerciali già varate da Eisenhower nel 1960 (poco dopo la rivoluzione castrista) e impose la fine di ogni scambio commerciale, economico e finanziario. Era il 7 febbraio 1962. Obama aveva appena compiuto sette mesi, come ricordava poco tempo fa l’Economist, chiedendo di abolire quella misura ormai appartenente al passato neanche più tanto prossimo di un’America “minacciata dal comunismo”.

Niente da fare, “el bloqueo” – come lo chiamano i cubani – continua, e Moreno ha elencato le cifre. Solo fra aprile 2013 e giugno 2014, Cuba ha avuto mancate entrate per 3,9 miliardi in dollari, mentre il conto globale è arrivato esattamente a 116.880 milioni di dollari. Quanto poi al deprezzamento del dollaro dall’ inizio dell’embargo a oggi, secondo i cubani fa sì che quella cifra arrivi a 1,11 trilioni. Come ogni anno dal 1982, Cuba ha preparato l’informativa per accompagnare l’ennesima richiesta di fine dell’embargo alla prossima assemblea generale dell’Onu. Assemblea che per 22 anni consecutivi ha regolarmente approvato, con il voto contrario degli Stati Uniti e sempre meno altri Paesi al loro fianco.

L’anno scorso i sì sono stati 188 e i no due: Usa e Israele.imperialismo

Come si componga quella cifra, il viceministro Moreno l’ha spiegato ricordando che “el bloqueo” ha dimensioni internazionali, dato che colpisce anche il commercio cubano con Paesi terzi e la possibilità di investimenti esteri nell’isola. Per non dire del fatto che Cuba valuta in 205,8 milioni di dollari le mancate entrate da rum e sigari che non può vendere proprio negli Stati Uniti – e che là arrivano comunque, di contrabbando. Se poi gli statunitensi potessero andare liberamente sull’isola, il turismo guadagnerebbe 2.000 milioni in dollari. L’isola, in più, non può fare alcuna transazione in moneta Usa nel mondo, né stabilire relazioni con aziende in Paesi terzi che hanno capitale statunitense.

Nel riportare la conferenza stampa di Moreno all’Avana, El País spiega come in realtà una parte crescente dei cubani d’America abbia cambiato idea sull’embargo. Come la comunità internazionale, dal crollo dell’Unione Sovietica in poi, ha criticato sempre di più quel blocco. Nel frattempo, però, ha ricordato Moreno, fra 2009 e 2014 l’amministrazione Obama ha multato 37 aziende statunitensi e straniere per averlo violato. E dal 2004 a oggi il totale delle multe, calcolato anche quello, è stato di 11.500 milioni di dollari. Il grosso è fatto degli 8.970 milioni di dollari pagati dalla francese BNP Paribas per Cuba (in una multa che includeva comunque anche rapporti con l’Iran e soprattutto con il Sudan).

Intanto, il mondo va avanti. Il castrismo cerca investimenti esteri e li sta anche cominciando a trovare. E se non è certo più da lungo tempo una minaccia per gli Stati Uniti, sta diventando attraente per altri, come Singapore o il Brasile, o l’Unione europea, mentre ci sono uomini d’affari come il magnate dello zucchero Alfonso Fanjul, personalità preminente dei cubani fuggiti in Florida mezzo secolo fa, che da fiero oppositore si è ora trasformato nell’uomo che chiede di investire nell’isola. Come osservava l’Economist in aprile, se anche il Congresso continuasse a non approvare, Obama potrebbe comunque usare la sua autorità diminuendo le restrizioni di viaggio e togliendo Cuba dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Titolo dell’articolo: “Se non ora, quando?”

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